Non smettete mai di sognare

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Fernando Eros Caro è un nativo americano di ascendenza yaqui prigioniero da più di 30 anni nel braccio della morte californiano di San Quentin. È in relazione epistolare con molti “amici di penna” sparsi per il mondo, nonché con
diverse classi scolastiche.
In Italia sono già stati pubblicati suoi libri: Prigionieri dell’uomo bianco (KAOS edizioni), Saai Maso (Edizioni
Wicasa Onlus). Suoi scritti sono apparsi nei volumi Pena di morte? No grazie! (Multimage Edizioni), Giustizia da morire (Multimedia Edizioni) e Poeti da morire (Giulio Perrone Editore).
Divenuto un attivista per i diritti umani, testimonia al mondo la barbarie della pena capitale. Pittore autodidatta, le sue opere sono state esposte in diversi paesi, soprattutto in America e in Europa. È suo il quadro della bambina indiana qui riprodotto.

Il libro è stato curato dal Comutato Paul Rougeau.

Descrizione

Fernando Eros Caro è un Nativo Yaqui/Aztec nato nel 1949 in una famiglia contadina di Brawley, nel sud della California.
Dal 1981 è rinchiuso nel braccio della morte di San Quentin per un duplice omicidio di cui si è sempre dichiarato innocente. Il suo avvocato d’ufficio fu incapace di offrire una difesa degna di questo nome, ma fu anche intimidito dalla situazione ambientale: il processo, infatti, si svolse nella contea di Fresno, dove risiede il quartier generale del Klu Klux Klan californiano.
Il giudice del processo ordinò di ammanettare Fernando per tutte le fasi processuali; omise di mettere agli atti alcuni fatti; permise l’ascolto di testimonianze di persone sotto l’effetto dell’ipnosi e, in seguito, venne anch’egli indagato in merito alla sua incompetenza professionale. Durante il processo Fernando venne fisicamente e psicologicamente vessato dal personale della prigione e minacciato di morte dagli altri detenuti. Venne tenuto sotto stretta sorveglianza per la preoccupazione di un suo possibile suicidio e gli vennero somministrati dei farmaci che gli causarono perdita di memoria, letargia esacerbante, depressione e psicosi. Lo psichiatra chiamato dalla corte non trovò niente di meglio che consigliare all’imputato di suicidarsi.
Dopo 15 anni passati nel braccio della morte gli fu rifiutato (per motivi “tecnici…”) un importante appello, già molte volte rimandato, che poteva permettergli di far rivedere le decisioni del suo processo. Questo rifiuto è stato più preoccupante che in passato; infatti, in seguito alla nuova legislazione, ci sono minori (quasi inesistenti), opportunità per i condannati a morte di ricorrere e le esecuzioni vengono fatte con più facilità
Giovedì 10 agosto ‘2000, un giudice della Corte Suprema gli ha annullato la pena di morte. In seguito, lo Stato della California ha presentato un ricorso contro la sentenza, ma lo ha perduto. Ora, la stessa cittadina di Fresno, è fermamente intenzionata a riaprire il processo per infliggere a Fernando Caro una nuova sentenza di morte.

Nella sua cella di un metro e mezzo per tre, Fernando è diventato un pittore autodidatta. Ha sempre cercato di fare qualcos’altro che non fissare le quattro pareti che ne imprigionano il corpo. Ed è stato un pezzo di matita a mostrargli la strada.
Dipingere lo aiuta a non prostrarsi, a reagire allo squallore che lo circonda, ma nelle sue opere la condizione del suo drammatico presente diventa un’assenza voluta, cercata: “…è già sufficientemente brutto vivere in un incubo – scrive – e non mi aiuta doverlo rivedere anche appeso alle pareti della mia cella”.

Dal 2008 tiene una fitta corrispondenza con Grazia Guaschino, che vive a Torino e fa parte del Consiglio direttivo del Comitato Paul Rougeau che opera per l’abolizione della pena di morte, in particolare negli Stati Uniti.
Da questa corrispondenza nasce il libro che presentiamo.

Informazioni aggiuntive

Data pubblicazione

Agosto 2015

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